VAJONT: 58 ANNI DALLA CATASTROFE

La mattina dell’8 ottobre gli strumenti di rilevazione installati dai tecnici della diga mostrano che il monte Toc si è mosso nella notte dai 57 ai 63 centimetri. Si decide di svasare il più velocemente possibile la diga per far scendere il livello dell’acqua sotto quota 700 (il “limite di sicurezza” definito dalle prove sul modello di Nove) prima che la montagna vi crolli dentro.

Il 9 ottobre 1963 è un giorno di sole. Il Comune di Erto e Casso emette un’ordinanza di sgombero per le frazioni intorno al lago, su richiesta della SADE (Società Adriatica di Elettricità). Il Genio Civile, sede di Belluno, invia per posta un rapporto al Ministero, con cui lo informa della situazione e chiedendo istruzioni. Il documento arriverà a Roma il 16 ottobre.

Alle 22.39 una frana colossale, formata da duecentosessanta milioni di metri cubi di montagna, precipita nel lago ad una velocità di circa 100 km/h, sollevando un’onda a tre punte, altra 250 metri. La prima è più alta del paese di Casso: fa piovere acqua e massi da 100 kg che sfondano i tetti delle case, facendo molti feriti, ma nessuna vittima. La seconda onda muove verso Erto, che però viene risparmiato dalla furia dell’acqua che si infrange sullo sperone di roccia sottostante al paese. Le frazioni vicine, invece, vengono spazzate via: 347 i morti.

La terza onda scavalca la diga, strappa via la strada sommitale e il centro di controllo, e punta verso Longarone. Qui la maggiorparte delle persone si trova nei bar, sta guardando la finale di Coppa dei Campioni (Real Madrid contro Glasgow Rangers). Improvvisamente va via la luce. La gente esce per fumare e nota dei bagliori in direzione della diga. Sono i cavi della corrente che si strappano. Intanto arriva il vento, umido, costante e con un cattivo odore di terra. L’aria, compressa dall’acqua che la spinge, acquista sempre più potenza, fino a togliere il respiro.

Pochi secondi e metà delle persone viene polverizzata da un’onda d’urto due volte più forte di quella provocata dalla bomba atomica di Hiroshima: di loro non si troverà più nulla. Dopo l’aria arriva l’acqua: un volo di 4 minuti percorso a 80 km/h. Alle 22.43 l’onda che ha scavalcato la diga colpisce il letto del Piave, ne raccoglie le pietre e piomba su Longarone, cancellandolo.
L’acqua si allarga sul greto del Piave, scendendo a valle e risalendo a monte per 2 km. Il livello del fiume si alza di 12 metri in pochi istanti. Dopo 15 minuti, l’onda di riflusso torna giù a lisciare tutto, come la risacca sulla spiaggia, trasformando la valle in una spianata di fango. I cadaveri recuperati sono circa 1500, ma i morti stimati sono 1917, tra cui 487 bambini.

Guido Toffolo

Psicologia dell'emergenza: il caso Vajont